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Carlo Infante
Il binomio internet e teatro è stato fonte di numerose interpretazioni e terreno fertile di sperimentazioni diverse per forma ed intento. Nel panorama degli esperti in questo campo, Carlo Infante è sicuramente uno dei protagonisti più prolifici di idee e progetti. Free lance , giornalista, esperto di nuovi media, Infante, da diversi anni si occupa di queste tematiche, ma la sua ricerca si differenzia dalle altre perché non parte dalla volontà di portare il teatro in internet, ma dall'esigenza di utilizzare il teatro come mezzo per rendere internet un luogo pubblico.
Quale esigenza l'ha spinta a cercare, da uomo di teatro, un interlocutore nei nuovi media?
È naturale chiedersi perché mettere in relazione un'antica tecnologia come il teatro con le nuove tecnologie, come l'elettronica, il video o il web.
Si, perchè il teatro è tecnologia: ha esteso le nostre funzioni mentali, contribuendo a fare dell'alfabeto nell'antichità greca un medium di comunicazione a tutti gli effetti.
Come? Intrecciando al codice segreto delle lingue quello filogenetico della mimesi fisica.
La risposta alla tua domanda ben centrata (perché si rinvolge alla mia soggettività e non alle categorie "culturali" a cui spesso si far riferimento) parte dal mio desiderio di ricerca in quanto spettatore, uno spettatore che esprime l'esigenza di alterità, di spostamento progressivo del "sentire".
L'esigenza nasce da una ricerca dell'alterità delle visioni, ovvero dalla ricerca di qualcosa che possa creare altre condizioni del vedere, dove per "vedere" intendo non solo quello che concerne il visivo ma anche il "sentire", potremo definirla anche weltanshaung, una visione del mondo. Il primo tentativo di dare una risposta a questa richiesta non nasce però ora con il digitale, ma già negli anni settanta con la sperimentazione audio-visuale.
Il mio approccio con il teatro è stato non di carattere artistico, ma comunicazionale, in una dimensione che allora poteva essere definita di teatro politico militante. Agli inizi di questa ricerca, accanto al teatro, ho messo in relazione alla dimensione dell'audio visivo, quello inizialemente basato sulle multivisioni con le diapositive dei sistemi "carousel" : una tecnologia che già negli anni settanta permetteva di poter fare degli spettacoli audiovisivi grazie ad un sistema rotatorio delle diapositive e alle prime centraline elettroniche che permettevano la dissolvenza incrociata. Già allora cominciai a pensare a delle performance possibili utilizzando la multivisione per iniziative come "dinamizzazione culturale" in Portogallo per la Rivoluzione dei garofani nel 1974.
Partendo da questo tipo di approccio l'approdo al video fu piuttosto naturale: m'interessava la performatività dei mezzi di comunicazione, la loro sinergia.
Si occupava di teatro attivamente?
Ho fatto teatro, ma più che come attore come "agit propo".
Ciò che m'interessava veramente era ciò che accadeva dopo lo spettacolo, (dibattiti,confronti) la cosiddetta verifica.
Subito dopo la "grande confusione" (eccellente, solo per alcuni versi) del 1977, all'interno della redazione del quotidianao Lotta Continua inizia il mio percorso di critico teatrale, entro in relazione con una generazione di teatranti definita di "post-avanguardia", con compagnie come "la Gaia scienza", "Falso movimento" e "Magazzini criminali". Questo teatro aveva in se una sensibilità postmoderna, basata sull'utilizzo mixed-media, con un approccio sia ludico che concettuale.
Già alla fine degli anni settanta, in "Crollo Nervoso" dei Magazzini Crimimali, furono utilizzati dei video ma già da qualche anno pionieri come Michele Sambin sperimentavano con il video, prima ancora dello standard a cassette "u-matic", con le bobine.
Attraverso questa mia attenzione nel 1985, all'interno del Festival Opera Prima di Narni, ho creato la prima finestra italiana sul videoteatro, da cui è nato il festival "Scenari dell'immateriale" che già nel 1987 aprì un nuovo fronte, allora decisamente in anticipo, sulla multiomedialità con un'edizione dal titolo "La scena interattiva".
Già da allora si poteva parlare d'interattività?
Nel 1987 d'interattivo c'era ben poco. Persino la parola "ipertesto", quasi non esisteva, io ne venni a conoscenza leggendo alcuni articoli canadesi ed americani.
Ma quella parola mi fece scattare come una molla.
Mi affascinava l'idea, che la scena potesse misurarsi con altre tecniche- linguaggi come quelli dell'elettronica (video, radiofonia)che potessero, a loro volta diventare nuovo linguaggio performativo, interumano.
Il teatro da sempre è matrice di gran parte dei linguaggi che conosciamo.
Al teatro quindi sarebbe legata addirittura l'origine del nostro alfabeto?
Senza il teatro, l'alfabeto, non si sarebbe mai sviluppato, sarebbe rimasto un codice segreto. Nell'antica Grecia ad esempio attraverso il teatro, l'alfabeto poteva essere "decifrato", perché metteva in relazione una nuova tecnologia, l'alfabeto, con un'antica tecnologia, la mimesi del corpo. Questo è un assunto fortissimo che legittima la mia convinzione che il teatro può essere reinventato.
E' una risposta radicale a chi sostiene che il cinema è il teatro del nuovo secolo.
Il cinema, come la televisione, nasce dal teatro, eccome. Ma il teatro va oltre ed è di fatto la vera pietra angolare di ciò che viene definito multimedia.
Qual è secondo lei il fenomeno più significativo del rapporto del teatro con le nuove tecnologie?
Il vero salto di qualità in questo campo è stato il virtuale.
Nel 1991 a Venezia in uno dei primissimi convegni su questi temi conosco Derrick de Kerckhove.
Ci confrontiamo su "teatro e realtà virtuale" ed emerge un intuizione molto interessante; egli afferma che il teatro è stato simulazione fisica dello spazio mentale e che il virtuale di riflesso diventa la simulazione mentale di uno spazio fisico.
Con il principio della simulazione si rende possibile qualcosa che corrisponde esattamente al principio attivo originario del teatro: attraverso il "far finta" è possibile ricreare una condizione di realtà.
Il teatro ha dato la possibilità all'uomo di portare fuori la realtà mentale attraverso la simulazione fisica, condividerla, e renderla esplicita, questo produce intelligenza collettiva e spazio pubblico per condividerla.
Da ciò nasce l'intelligenza pubblica, prima del teatro, l'alfabeto, la scrittura, i riti, erano privati o comunque necessitavano di un cerimoniere, un mediatore, un sapiente.
Il teatro è il primo fenomeno della civiltà umana che porta "fuori" la realtà mentale per tradurla in uno spazio pubblico, reso tale dalla condivisione.
Con il virtuale si può fare un esperienza reale di simulazione all'interno di uno spazio ricostruito con la modellizazione digitale.
E' come se si riportasse ciò che è all'esterno (paradossalmente) dentro di te con un procedimento reale: si, perchè l'esperienza della navigazione immersiva è reale, in quanto i sensi agiscono e reagiscono a tutti gli effetti. Non è come la visione o la lettura.
Nel virtuale si agisce, anche se in contesto simulato. Come a teatro.
Che ruolo occupa in questo contesto lo spettatore?
Lo spettatore, colui che partecipa e condivide, fa dell'esperienza dello sguardo, un'esperienza di fortissima empatia, percettiva e psichica.
Noi abbiamo indebolito la nostra coscienza del vedere ed è il teatro che la mantiene vigile.
Si, perchè vedere significa fondamentalmente mettere in relazione ciò che si vede con ciò che si sa e con ciò che si pensa. Vedere non è fotografare con gli occhi.
Il cinema, la fotografia, hanno, alla fine dei conti, stabilizzato l'idea cinquecentesca, del "punto di vista", l'idea di un uomo al centro del mondo, a cui derivano i tanti punti focali.
E' l'assioma della prospettiva rinascimentale, io sono qui e guardo lì.
Ma il teatro non è così, a teatro sei "dentro" il teatro, c'è una dimensione spaziale formalizzata, d'accordo. Ma tutto il sistema si basa sull'empatia, una circolarità delle tensioni che ti avvolge (quando va bene).
Il virtuale mi ha messo di fronte a questa condizione, per paradosso.
Come a teatro, il virtuale non ti pone solo di fronte alla visione, ti fa agire dentro la visione.
E' questo l'elemento di riflessione che mi ricongiunge all'intuizione di De Kerckhove.
Quando nel 1991 provai un sistema di realtà virtuale, in una fiera commerciale (allora il virtuale viaggiava solo in questi ambiti), mettendomi il "visore-stereoscopico" ho capito che non stavo solo vedendo, che non stavo solo assistendo ad uno spettacolo di visione al di fuori di me: ero dentro la visione!.
Agivo dentro la visione, la dimensione interattiva ed esperienziale era esplicita, la virtualità si espande e arriva a stanare il corpo.
Il concetto di azione dentro la visione è un concetto di radicalità assoluta.
Con il virtuale c'è stato un salto di paradigma, si arriva quindi ad un nuovo fronte di pensiero e di ricerca performativa.
Non era più solo l'idea del mixed-media propria della multidiscilpinarietà ma si creava qualcosa di completamente diverso, si entrava nella nuova sensibilità digitale e dentro questa io cercavo e trovavo il teatro.
In che senso parla di "virtualità che stana il corpo"?
Questo è un paradosso che parte da lontano, dalla nostra coscienza, anzi incoscienza del rapporto corpo- mente, incoscienza propria degli occidentali. Noi viviamo in una sorta di iato, d'intervallo e di separazione psichica, tra la coscienza di corpo e la nostra coscienza di mente, questo è il primo dei problemi. Di fatto, io credo che il concetto di corpo passi attraverso la mente. Il concetto di tattilità è un'estensione della nostra intelligenza sensoriale. Non c'è una separazione dell'emisfero sinistro, più razionale, e l'emisfero destro che funziona come una spugna sensoriale. Deve esserci una profonda interconnessione tra le due parti, la separazione è quella che definisco l'incoscienza occidentale del corpo. IL virtuale con questo salto di paradigma, ha rimesso in discussione queste tematiche.
Anche il multimediale quotidiano, fatto di desktop e di mouse, a suo modo riconnette al corpo il pensiero. Agendo con la mano sul mouse rimettiamo in contatto, profondamente, la mano e la mente.
Indossando ad esempio il "dataglove" (il guanto innervato di sensori utilizzato x le realtà virtuali), si gestiscono a tal punto i movimenti delle dita che si ha l'impressione di afferrare oggetti. In questo caso la questione del corpo rientra fortissimamente in ballo, all'interno di un contesto simulato. Si agisce nella simultaneità non solo con la mente, (l'occhio che trasmette al cervello), ma con un'insieme di altre sensorialità che creano una sensazione di presenza molto più articolata. Sull'argomento corpo e virtuale si sono però prodotti degli sbilanciamenti, tipici dell'ideologia; si sono creati dei meccanismi di tendenza, la così detta cybercultura.
Con il concetto di "protesi" tecnologiche applicate all'umano, ( penso a Stelarc e Antunez) che ha prodotto, secondo me, degli approcci sovrastrutturali, legittimi, ma troppo volubili, troppo ancorati al mito del cyborg.
Anche io ne sono stato protagonista, nei primi anni novanta, con Antonio Caronia, Maria Grazia Mattei ed altri, abbiamo formato un gruppo a Milano che si chiama Agave da cui è derivato un archivio (www.teatron.org/agapow/ ) ne poi avevo anche un progetto che si chiamava Cyberia, rivolto alla nuova spettacolarità del virtuale. Mi rendo conto oggi che quel tipo di esperienza si è stemperata con il tempo, come tutte le tendenze, che sono il "schiume" del contemporaneo, le creste dell'onda destinate a dissolversi.
In un tempo così accelerato non c'è più spazio per le mode o perlomeno è gioco talmente seriale e prevedibile questo del "trendy" che non m'ispira proprio più. Una volta era diverso, c'era più gusto.
Ma forse è solo una questione d'età (anche se non credo che si questo il punto). L'accelerazione è unica nella storia.
Tornando poi alla nuova radicalità del corpo: quello che penso è nella mia idea di deriva del trendy. E' stata fatta diventare una moda ed è andata arenandosi in una sorta di postuma body art, liturgie del corpo estremo che non hanno avuto uno sviluppo interessante.
Il teatro nella rete, ma si può parlare di drammaturgia dello spazio?
La questione non è solo centrato sul fatto che la scena teatrale entra in relazione con altri linguaggi, questo è l'aspetto più superficiale del problema, se non superato dagli eventi.
Facciamo un passo indietro e vediamo dove sta il superamento.
Cosa si cerca nel teatro? Non dico se stessi, ma sicuramente il senso di un rapporto tra se ed il mondo esterno, l'assunto è che questo mondo esterno sta cambiando con una velocità tale che la nostra psiche non riesce ad adattarsi a sufficienza.
Accanto a questa idea di mondo esterno, fatto di tavolini, di portacenere, di strade, palazzi, ecc. c'è un mondo esterno che concerne lo spazio tempo-digitale.
E' qui la grande scommessa evolutiva, ed in questo il senso il teatro può essere fondamentale.
Il teatro è la matrix dei linguaggi, perché è stato inventato per creare delle piattaforme di condivisione possibile. Fino a quando non lo condividi, il linguaggio rimane tecnologia, non diventa comunicazione. All'interno dello spazio tempo digitale abbiamo bisogno di sperimentare interrelazioni umane..
La cosa interessante da cercare, non è tanto la specificità del teatro come forma d'arte o di spettacolo, ma la capacità di interrelazione degli uomini tra loro, trasmettendo senso ed empatia.
Qual è allora il ruolo principale del teatro nella rete?
Io credo che non ci si debba arenare sull'idea di rete solo come telecomunicazione, la rete deve diventare spazio pubblico ed il teatro è un dispositivo che rende lo spazio condivisibile, spazio pubblico quindi.
Il teatro ci ha insegnato a far condividere a tanti lo spazio-tempo fisico, ed ora può servire a creare questo nella rete. Non è tanto importante trasferire teatro, in quanto "oggetto" d'arte, azione teatrale ripresa, drammaturgia ipertestuale nella rete, attraverso connessioni più o meno remote, ma bisogna portare nella rete ciò che è alla base del teatro ovvero l'empatia arrivando a ridefirla come "intelligenza connettiva".
A questo possono servire molte delle esperienze che oggi vengono attivate in modo ludico e sperimentale, dal webcamtheatre definito tale ad un forum on line tra insegnanti che scoprono il valore di una comunità d'apprendimento in rete.
Quindi al centro della questione abbiamo sempre il rapporto con lo spettatore?
Io lavoro come spettatore non come autore, e di conseguenza, sulla base di un esperienza consolidata, sostengo fortemente che, oggi nell'era delle reti, il teatro non è tanto dell'autore ma dello spettatore. Forse lo è sempre stato (penso agli anni delle conflittualità culturali proprie dell'avanguardia, il teatro era movimento aggregativo ed eversivo, vere e proprie guerriglie epistemologiche di massa ) ma oggi con la diffusione sociale del ruolo del "prosumer" (il produttore-consumatore d'informazioni) lo sarà sempre di più.
E' lo spettatore che attraversa vari teatri e che compie al suo interno una selezione che delinea una propria sensibilità teatrale fatta di tantissimi riflessi. L'autore, d'altro canto, è spesso autoreferenziale (condizione tipica dell'arte) mentre il teatro è, per sua natura fondante, esogeno: è rivolto verso il fuori.
E lì fuori c'è lo spettatore che lo attraversa e mette insieme diversi modi di concepirlo attraverso un lavoro (un gioco) di comparazione.
Allora quando parliamo di reti non è solo un problema di specifico teatrale dentro un altro specifico telematico, non è un problema di nuovi contenitori.
Si è all'alba di una nuova civiltà basata sull'interconnessione informativa ed umana. Si sono trovati i protocolli infornatici per gestire lo scambio informativo mancano ancora quelli per lo scambio sociale ed umano. La cosa più importante è quindi quella di elevare la sensibilità degli spettatori che possono frequentare il web, inteso come nuovo "spazio-tempo digitale" da attraversare e in cui inventare i modi per fare diverse altre cose che forse oggi non sappiamo ancora prevedere. Un greco dell'antichità ci avrebbe mai immaginato sprofondati su una poltrona davanti al televisore o sfreccianti su un'automobile?
Ecco dobbiamo sperimentare nuove possibilità di comunicazione e il teatro, compreso il dramma borghese dell'ottocento che ha contribuito non poco a portare lo spazio mentale privato fuori di sé (anche se oggi ci annoia) emancipandolo, lo fa da sempre.
Quali sono queste altre possibilità?
Il corpo del problema è la sensibilità dello spettatore che comincia a dividere con altri, i processi della sua empatia, ma qui rischio di ripetermi.
Dai un'occhiata ad esempio su alcuni dei tanti forum che ho attivato su www.teatron.org/forum .
Recentemente ho raggiunto risultati remarcabili: il forum delle Baccanti ad Ivrea, ad esempio, è stato fatto in un liceo, ha avuto circa seicento contatti e sessanta interventi, concentrati in pochi giorni, due-tre fondamentalmente.
Un altro dei molti esempi possibili è stato il Cantiere Orlando con il Teatro delle Albe, un progetto finanziato dall'ETI in combinazione con la Biennale di Venezia.
Il Cantiere Orlando ha creato una vera e propria comunità, che partiva dagli studenti di Ravenna, per arrivare agli spettatori che incontravo nel mio percorso a Venezia e in altre piazze.
Queste pratiche inerenti i forum e altre piattaforme da progettare per bene (compreso il webcasting, finalmente possibile con la diffusione dell'alta banda) sono secondo me le possibilità basilari per la diffusione del concetto di internet come spazio pubblico.
Sono certo che tra qualche anno emergeranno con precisione queste questioni, in primo luogo su tematiche inerenti la nuova cittadinanza digitale.
Il teatro in rete non riguarda solo la distribuzione di un oggetto d'arte su altro medium, vanno inventati nuovi contesti di relazione, nuove forme di scambio. E' opportuno creare comunità, molecole di società culturale interconnesse tra loro, questo è il valore da attuare, in risposta a chi crede che il teatro in internet sia fare lo streaming di uno spettacolo.
E' importante per lei che il mezzo internet si intrecci drammaturgicamente con la performance?
Prima di tutto non mi convince definire internet un mezzo. E' un intero mondo di senso e di relazioni che si viene a creare. Internet è un ambiente.
E poi l'idea dell'intreccio drammaturgico crea falsi problemi ed equivoci. Penso a certe commedie scritte con internet come "condimento": alveo di psicotici remoti, chat pruriginose, etc.
Il centro della problematica non è legato all'elemento "dramma", all'intreccio psicologico, o alla fiera delle dramatis personae. Riguarda piuttosto la performatività del medium. Nel forum di A_D_E (il progetto Art Digital Era al Festival In teatro di Polverigi vedi
(www.teatron.org/ade ) ci sono stati circa cento interventi, e quarantasette progetti e migliaia di contatti (2600 in tre mesi).
Si è lanciato un concorso per web-experience, concetto decisamente inedito e che in molti hanno interpreta in modo molto diverso.
Ripeto: il rapporto teatro-internet non riguarda solo il remoto, ma la specificità del web di organizzare al proprio interno una performatività potenziale. Questo cosiddetto principio del "performing web" come lo sto definendo, può coincidere anche con le nuove forme di narrazione in flash, veri e propri clip di animazione in digitale, ma possono anche rivelare i sottotesti della composizione analogica che fa del progetto teatrale l'essenza della drammaturgia o attraverso ipermedialità che rilanciano la qualità sinestesica della scena. Dicevo che nella navigazione immersiva all'interno di una realtà virtuale è possibile avere delle emozioni di carattere teatrale. Nel web ora che si profila l'alta banda per la connettività si progettando role paly e giochi on line che "the Sims" che fanno intuire notevoli potenzialità para-drammaturgiche (perdonami il termine).
Cambia il qui ed ora, questo è uno dei punti di sviluppo.
Nel web questa dimensione dell'ora, o meglio del sincrono, è un falso problema. Quello del sinc è solo un aspetto particolare, il web vive al di fuori del sincrono. Anche il concetto di tempo cambia (non solo quello di spazio).Questa concezione del web come una comunicazione da molti a molti sposta il problema. Quando sei in sincrono, in una chat ad esempio, ci sono delle persone che sono iscritte, ma il web è immanente, e se ci inseriamo qualcosa la potremo vedere ora come tra dieci anni. Il punto è capire come concepire una performatività di questo medium, secondo nuove categorie di spazio e di tempo.
Non esistono soluzioni certe, ma nel concorso A_D_E ho visto web experience talmente diverse tra loro che mi hanno profondamente attratto e mi hanno fatto interrogare sulle tante potenzialità possibili che una nuova generazioni di autori e di performer (della scena e del web) potranno affermare.
Ma non solo loro: a far girare la ruota del futuro destino del teatro nel web saranno gli spettatori-navigatori-prosumer , perché il teatro sta dentro le domande di teatro e di alterità della visione e non solo fuori di me, tra i "cataloghi" delle potenzialità artistiche.
Filomena Di Zio
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